MARCO DI TRAGLIA
IL MIO IRAN
LA LUNGA SOSTA
I can’t pinpoint the exact moment I decided to plan my first journey to Persia. What I do recall vividly, though, is that just days before my departure—October 2017—Italy too was awash with talk of Iran. President Trump had just announced the U.S. withdrawal from the nuclear deal, effectively restoring Iran to the list of nations branded as part of the “axis of evil,” alongside Iraq and North Korea. It was a peculiar feeling, setting off toward a country so often portrayed as the embodiment of absolute menace.
In preparation, I had immersed myself in its recent history—from that pivotal year, 1979, when the Islamic Revolution and the American hostage crisis reshaped the destiny of the entire region, to the turbulent present. I carried with me expectations, imagined encounters, and, inevitably, a set of preconceptions. The heaviest of them all concerned Islam and the extent to which Iranians embraced rules that, there, double as state law. After all, the nation’s full name is the Islamic Republic of Iran, with Islamic bearing undeniable weight. I was convinced that everyone bore this condition with ease.
It took me only a short while to understand how far more layered reality truly was. Traveling through Iran felt like moving between two parallel worlds: the official one, where institutions forbid alcohol, certain clothes, certain music—and the other, private and resistant, where people carve out a life beyond those strictures. The men and women I met, who have since become friends, belong to this second world. Through them I began to unravel the complexities of this country, and to commit myself to knowing it more deeply.
This work is my homage to them.
Non ricordo esattamente quando presi la decisione di organizzare il mio primo viaggio in Persia. Quello che ricordo bene, invece, è che proprio qualche giorno prima della mia partenza (era l’ottobre del 2017) anche in Italia non si faceva altro che parlare di Iran. In quei giorni, infatti, il presidente Trump annunciava l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare e, di fatto, inseriva nuovamente l’Iran nella lista dei paesi indicati come “asse del male”, insieme ad Iraq e Corea del Nord. Mi faceva uno strano effetto partire per un paese considerato da molti come il “male assoluto”.
Prima di partire avevo letto molto sulla storia recente del paese, da quel fatidico 1979 (anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi americani che ha cambiato per sempre le sorti di tutta quell’area geo-politica) fino ai giorni nostri. Mi ero creato delle aspettative, mi ero prefigurato delle situazioni nelle quali mi sarei potuto imbattere, ed avevo, ovviamente, dei preconcetti. Il più ingombrante di tutti era sull’Islam e sul rapporto degli iraniani con quelle regole che lì rappresentano anche le leggi dello Stato. Il nome completo dell’Iran è Repubblica Islamica dell’Iran, dove islamica ha un peso non da poco. Ero convinto che tutti vivessero serenamente quella condizione. Mi ci è voluto pochissimo, invece, per capire che la realtà è sempre più complessa di come la immaginiamo. È stato come viaggiare contemporaneamente in due Iran: quello islamico delle istituzioni che vietano l’alcool, un certo abbigliamento, un tipo di musica e quello che si oppone a questa situazione e cerca di vivere, nel privato delle proprie case, la loro vita lontano da quei dettami religiosi. Le persone che ho incontrato, e che ora sono amici, appartengono tutte a quest’ultima categoria e grazie a loro ho imparato a decifrare meglio la complessità di questo paese e ad di impegnarmi a conoscerlo. Questo lavoro è il mio omaggio a loro














